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sabato 4 maggio 2013

I predatori della preistoria Ep.2 Chi ha ferito Larnovaspis?

Eccoci al secondo episodio della mini serie sulle interazioni (supportate da dati) tra preda/predatore nel passato.
In questo post affronteremo la nostra prima indagine, nel tentativo di risolvere una specie di "crimine preistorico".
Questo primo caso ci fa tornare indietro nel tempo, precisamente nel Devoniano inferiore, circa 415 milioni di anni fa, in Ucraina.
E’ a questo periodo che risale un esemplare di Larnovaspis kneri, un heterostraco, rinvenuto con strani segni sulla parte sinistra della piastra dorsale.

Larnovaspis kneri. A) Visione dorsale B) Visione ventrale C) Ingrandimento della traccia di lesione più grande Scala A-B= 1cm. Scala C= 5mm. Da Lebedev et al., 2009

Se guardiamo al reperto nel dettaglio, ci accorgiamo che esso possiede due segni ben distinguibili, nella parte finale sinistra dello scudo dorsale: uno, più piccolo, in cui si vede come la copertura esterna di dentina sia stata asportata, e  un secondo segno, leggermente più in basso, molto più grande e rappresentante una strana rientranza.
Questa secondo segno consiste un’incavatura di tipo ovoidale, di circa 5 millimetri di ampiezza per 6 millimetri di lunghezza e 3 millimetri di profondità. In questa parte lo scudo sprofonda con margini leggermente in pendenza, interrotti trasversalmente e in modo brusco da un rigonfiamento e da una piccola fessura. Sono evidenti tracce di danneggiamento nell’ornamentazione della superficie dermica.
Il segno sembra essere stato causato da uno scontro meccanico con un qualcosa di appuntito, che ha provocato danni alla dura corazza dell’animale, facendola rientrare, come si vede bene guardando l’interno dello scudo dorsale.
Fortunatamente, sembra che il danno sia stato riparato, poiché sono evidenti i segni di tessuto dermico secondario, sia in corrispondenza di questa rientranza, sia sull’altro piccolo segno posto nella parte superiore.
La posizione e la conformazione dei due segni indicano che si tratta di lesioni avvenute durante la vita dell’animale, lesioni provocate molto probabilmente da un predatore (Lebedev et al., 2009).
Dalla direzione delle scanalature e della concavità, si può supporre che il danno è stato inferto anterodorsalmente, dunque presumibilmente chi ha attaccato Larnovaspis è arrivato dal suo fianco sinistro, leggermente dietro di lui.

Ma chi può aver provocato tali lesioni?

La traccia più piccola mostra tre brevi scanalature, che hanno danneggiato la corazza dermica molto in profondità, tale che non si vedono segni di tessuto riparato. Inoltre, la parte più interna della concavità evidenzia la forma dell’oggetto incriminato e, addirittura, parte di esso è rimasto conficcato, tale che se ne può studiare la forma.
La scheggia rimasta all’interno dello scudo di Larnovaspis possiede una forma arrotondata, vagamente esagonale, ed un diametro di circa 1 millimetro. All’interno possiede dei piccoli pori e forma e dimensioni possono essere collegate ai denti di un pesce, in particolare di un acanthode o di un sarcopterigio porolepiforme, o allo spuntone di un chelicero di uno scorpione di mare.

La "chela" di uno scorpione di mare (Eurypterida).
Dunque ora, dopo aver analizzato "l’arma del crimine" (non del delitto, pare infatti che il nostro Larnovaspis sia sopravvissuto all’attacco), e aver stabilito una lista degli indiziati, dobbiamo tentare di risalire al colpevole.
E per farlo c’è un solo modo: guardare al record fossile per fare una lista di chi abitava con la nostra vittima.
Larnovaspis è un heterostraco pteraspidiforme di piccole dimensioni, lungo meno di mezzo metro, con uno stile di vita probabilmente detritivoro o filtratore e un nuovo non esageratamente veloce. Molto probabilmente si muoveva nella parte bassa della colonna d’acqua non avendo pinne pari né una coda molto specializzata.
Il resto in esame proviene dalla Chortkiv Formation, sulla sponda sinistra del fiume Seret, vicino a Chortkiv, in Ucraina. La fauna di questo sito è ben nota dagli anni 60 (Obruchev e Karatajute – Taalima, 1968) ed è composta da numerosi taxa di vertebrati, tra cui telodonti, heterostraci, osteostraci, placodermi e acanthodi (Novitskaya 2007; Lebedev et al., 2009).
Considerando dunque la fauna di Chortkvik, per identificare l’attentatore di Larnovaspis, sono da escludere tutti gli heterostraci, gli osteostraci e i telodonti, per chiare ragioni ecologiche.
Non si conoscono ancora bene la forma degli elementi delle piastre dentali dei placodermi, se non in rari casi, dunque anche essi sono esclusi (almeno per ora) dalla nostra indagine.

Avevamo detto che la morfologia della scheggia ritrovata all’interno della traccia più grande, nonché la forma della traccia stessa, farebbe pensare ad un dente di porolepiforme. I porolepiformi furono grandi sarcopterigi, a volte lunghi anche più di un metro, che nel Devoniano avevano probabilmente il ruolo ecologico di grandi predatori, essendo essi dotati di un cranio robusto, con mascelle potenti, e un corpo adatto al nuoto attivo. Dunque, sono tra gli indizia più plausibili.
Essi hanno però l’alibi di non essere mai stati trovati a Chortkiv (Lebedev et al., 2009).

Ricostruzione di un porolepiforme.
Resti di Nostolepis, Gomphodus e Onchus confermano la presenza di acanthodi, in questo caso almeno di acanthodi ischnacanthiformi (grossi predatori con mascelle munite di denti, che abbiamo incontrato qui), all’interno degli strati di Chortkiv.
Ciò rende questo gruppo di vertebrati imputabile dei segni lasciati sulla corazza di Larnovaspis.
Tra gli invertebrati, i grandi eurypteridi, diffusi in maniera quasi cosmopolita, rappresentano i più probabili artefici dell’attacco al nostro heterostraco.

Chi ha sperato fino all’ultimo di conoscere nome e cognome del criminale, rimarrà deluso.
Grazie ad un’indagine attenta e oculata, è stato possibile ricavare molte informazioni riguardo a questo caso di interazione preda/predatore, sia per quanto riguarda le modalità di interazione che per i possibili protagonisti.
Dunque, possiamo dire che le tracce rinvenute sul nostro esemplare di Larnovaspis sono i segni di un attacco, portato avanti da un eurypteride o da un acanthode ischnacanthiforme ed effettuato arrivato dal lato sinistro/dietro la preda, che però non ha portato alla morte dell'animale, che è riuscito a rimarginare la ferita.

Ogni cosa ha però il suo limite e non bisogna avere paura di fermarsi, ad un certo punto, dove finiscono i dati a disposizione.
A meno che non si voglia entrare nella speculazione più libertina.

Ma in fondo, cosa c’è di più bello e curioso di un caso solo parzialmente risolto?
Basta rendersi conto che, dopo 415 milioni di anni dal fattaccio, ciò che sappiamo è già ben più di quanto avremmo mai potuto sperare.

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Bibliografia:

- Lebedev, O.A., Mark-Kurik, E., Karatajute-Talimaa, V.N.,  Lukßeviçs, E. and Ivanov, A. 2009
Bite marks as evidence of predation in early vertebrates. Acta Zoologica 90 (1): 344–356

- Novitskaya, L. I. 2007.
Evolution of taxonomic diversity of agnathan vertebrates at the generic and species levels (Heterostraci: orders Cyathaspidiformes, Pteraspidiformes). Paleontologicheskiy Zhurnal 3: 33– 46

- Obruchev, D. V. and Karatajute-Talimaa, V. N. 1968.
Vertebrate faunas and correlation of the Ludlovian and Lower Devonian deposits of East Europe. In Obruchev, D. V. (Ed.): Essays on the Phylogeny and Systematics of Fossil Fishes and Agnathans , pp. 63–70. Nauka, Moscow

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